Diario di viaggio dal Mozambico: parte 4

L’eredità portoghese

I portoghesi arrivarono in Mozambico già nel 1502 e nel 1507 stabilirono un insediamento fisso a Ilha de Moçambique, punto strategico nella rotta per le indie orientali. È però verso la fine dell’ ’800 che i confini del Mozambico, parte della cosiddetta Provincia Ultramarina Portoghese, si definirono in quelli attuali e il controllo sul Paese divenne totale.

La colonizzazione ebbe un’impronta fortemente estrattiva e la popolazione e le risorse vennero sfruttate ad esclusivo beneficio dei coloni portoghesi. Gli autoctoni rimanevano esclusi non solo dalle ricchezze generate dallo sfruttamento del proprio lavoro e del proprio territorio, ma anche dall’istruzione e quindi dalla possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita e di partecipare attivamente nelle vicende pubbliche e politiche del proprio Paese.

Nel 1964 cominciò la Guerra di Liberazione capeggiata dal Fronte di Liberazione per il Mozambico (FRELIMO, Frente de Libertação de Moçambique) e l’indipendenza venne ufficialmente raggiunta il 25 giugno del 1975. Circa 300,000 civili, quasi esclusivamente bianchi discendenti dai coloni, abbandonarono il Paese nei giorni subito successivi all’indipendenza (in Europa divennero noti come “retornados”).

Con la partenza dei portoghesi il Paese si svuotò anche di tutta una classe di professionisti, commercianti e imprenditori trovandosi improvvisamente sprovvisto di una forza lavoro adeguatamente formata per supportare l’economia e mantenere l’industria e le infrastrutture. Poiché il sistema prevedeva che il popolo nativo, sfruttato e mantenuto sottomesso e ignorante, non fosse in grado di sostentare da solo la macchina produttiva dello Stato, una volta liberato, il Paese si trovò in assenza di personale formato, mancavano gli operai specializzati per utilizzare le macchine nelle industrie, non esisteva una catena produttiva che fornisse pezzi di ricambio per tecnologie specifiche e avanzate e via dicendo.

L’immediata conseguenza di questo esodo fu quindi il collasso economico, che precipitò il Paese in una guerra civile tra FRELIMO e RENAMO (Resistência Nacional Moçambicana), ma a cui parteciparono anche indirettamente i Paesi limitrofi,  che finì solamente nel 1992. Da lì il Paese cominciò lentamente a ricostruirsi.

Adesso, a 46 anni di distanza, qual è l’eredità più evidente lasciata dalla colonizzazione? 

Sicuramente il primo importantissimo lascito è stato quello della lingua, il portoghese è infatti ad oggi l’unica lingua ufficiale del Mozambico, nonostante solo il 65% delle persone la utilizzi e circa il 50% la parli fluentemente (una media tra l’80% dei contesti urbani e il 30% di quelli rurali, e principalmente come seconda lingua). Di questi infatti solo il 10% considera il portoghese la sua lingua madre, percentuale che comunque continua a crescere negli anni e raggiunge il 25% nella capitale Maputo.

Le lingue locali sono varie e diverse, derivanti dal gruppo linguistico Bantu, di cui le principali sono il Macua, il Xichangana e il Lomé. Tuttavia il portoghese rimane l’unica lingua ufficiale nelle istituzioni come la scuola, i tribunali, le forze armate e di sicurezza, l’unica utilizzata in tutte le pubblicazioni ufficiali e nei concorsi pubblici, così come nei programmi televisivi.

La radio invece trasmette anche in lingua locale ed è infatti molto utilizzata per veicolare messaggi e fare campagne di sensibilizzazione anche sanitaria in tutte le comunità, comprese le più remote.

La letteratura del Paese è quasi esclusivamente prodotta in portoghese. Rimangono perciò vive e si rinforzano le connessioni economiche e culturali con tutto il mondo lusofono, in particolare con Brasile e Portogallo, e in misura minore con l’Angola. È infatti comune per i Mozambicani benestanti mandare i figli a studiare in Brasile o in Portogallo, tanti sono i lavoratori brasiliani impiegati soprattutto nelle compagnie minerarie sparse per il Mozambico, così come molti mozambicani emigrano dall’altra parte dell’Atlantico in cerca di impiego.

Le influenze musicali e della moda angolane e brasiliane sono molto sentite. Anche il mondo della Chiesa e della cooperazione è anche molto connesso con il Portogallo e il Brasile: è facile incontrare vescovi, suore e preti missionari provenienti da questi Paesi.

Riguardo al lascito materiale e architettonico, nella provincia in cui vivo non rimangono grandi tracce: il grosso dello sviluppo della città di Tete è avvenuto solo molto recentemente, ma rimangono, nascoste in strade secondarie, alcune ville un po’ decadenti decorate con azulejos. Mi è stato raccontato che dopo la fuga dei portoghesi le case più belle sono state espropriate e occupate dalla popolazione e al momento sono dimora delle famiglie più agiate e di alcune istituzioni od ONG.

L’opera pubblica più importante costruita su questo territorio durante la colonizzazione è sicuramente la diga di Cahora Bassa, realizzata sul fiume Zambesi nell’omonima provincia, che diede origine al 4° lago artificiale più grande dell’Africa. 

Diga di Cahora Bassa sul fiume Zambesi, Distretto di Cahora Bassa, Provincia di Tete

La sua costruzione fu iniziata nel 1960 dai portoghesi con come parte di un imponente impianto idroelettrico che potesse fornire energia al Mozambico ma soprattutto al Sudafrica, che ne avrebbe beneficiato grazie a particolari accordi commerciali tra i due Paesi. Per ospitare gli operai che costruirono e successivamente furono impiegati a lavorare nell’impresa della idroelettrica, venne costruita una cittadina distruggendo le case, i campi e le proprietà della popolazione nativa che non fu mai risarcita per il danno.

Adesso qui sorge la città di Songo, considerata un insediamento molto particolare perché di stile e impostazione completamente diverso rispetto a tutte le altre città del Mozambico. La diga fu un bersaglio di sabotaggi e attacchi durante la lotta armata per la liberazione ma, nonostante l’indipendenza del ‘75, l’impianto rimase proprietà per l’82% dei portoghesi fino al 2007, quando venne comprata interamente dallo Stato Mozambicano passando di proprietà.

Inserito nella coorte di opere pubbliche connesse alla diga di Cahora Bassa è il Ponte Samora Machel, originariamente Ponte Marcello Caetano e che cambiò nome in onore del guerrigliero per la libertà e poi primo amatissimo presidente del Mozambico indipendente, che risulta essere il lascito più evidente della colonizzazione nella città in cui vivo e uno dei 4 ponti mozambicani sullo Zambesi. L’altro ponte di origine portoghese si trova sempre in provincia di Tete nel distretto di Mutarara – quasi al confine con il Malawi- ed è il ponte Dona Ana. 

Vista del Ponte Dona Ana dalla Vila de Mutarara

Sparsi sul territorio rimangono poi chiese, seminari e centri religiosi costruiti dai missionari nel corso degli anni. Esemplare in questo senso è la Cattedrale São José della missione gesuita di Boroma, ad una trentina di chilometri di distanza dalla città di Tete. La chiesa venne costruita nel 1885 e fu un importante centro di educazione e formazione. Per molti l’istruzione fornita in seminario era l’unica opportunità per poter avere accesso agli studi.

Facciata principale della Cattedrale di São José di Boroma

Storia molto simile per la chiesa e seminario cattolici costruiti a Lifidzi, dove negli anni fu costruito anche un centro di salute.

Chiesa cattolica costruita dai missionari portoghesi a Lifidzi, Distretto di Angonia, Tete

Nonostante la pesante contaminazione portoghese, il Mozambico è stato il primo Paese senza un passato coloniale inglese ad aver chiesto e ottenuto di entrare nel Commonwealth. Questo si deve alla sua posizione e agli strettissimi rapporti commerciali che intrattiene soprattutto con il Sudafrica, ma anche con tutti gli altri paesi confinanti, tutte ex colonie britanniche. È anche per questo motivo che il Mozambico ha la guida a destra.

Per concludere, è complicato tracciare tutte le influenze che più di 400 anni di colonialismo, di differente tipo e pervasività, hanno avuto sul territorio, sulla cultura e la mentalità della popolazione, ma mi sembrava interessante tratteggiare un quadro iniziale, limitato alla realtà che ho conosciuto, delle complicate intersezioni tra questa pesante eredità e il Mozambico moderno.

di Elena Mazzalai

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